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“È l’inizio della fine… anche dell’arte” di Mario Perniola

Il ’68 è la fine del sistema scientifico-professionale costruito agli inizi dell’Ottocento per garantire la mobilità sociale verticale degli studenti migliori che costituiranno la spina dorsale della borghesia. Questo sistema è nato in Germania nell’ampia discussione che ha preceduto la fondazione dell’Università di Berlino, cui parteciparono i più importanti filosofi dell’epoca (Humboldt, Hegel, Fichte, Scheiermacher…). Per fortuna in questa discussione, che creava l’università moderna segnando una netta frattura nei confronti di quella medioevale, prevalsero le idee liberali contro la concezione statalistica che legava strettamente l’istruzione superiore alla politica statale. Processi analoghi avvennero in Inghilterra e in Francia. Nacque così, tra l’altro, la concezione di libertà accademica, di cui oggi qualcuno comincia a ricordarsi (si legga Donatella Della Porta, «il manifesto», 4.11.2016).

Ma per giungere all’essenziale bisogna capire la coappartenenza tra scienza e professione, le quali nascono e cadono insieme. La catastrofe accademica e il ritorno dell’oscurantismo sono sotto gli occhi tutti; essi sono la conseguenza di questo scollamento. Ciò che caratterizza tale sistema è insieme una socializzazione radicale della scienza, per cui questa non è più vista come una investigazione personale e privata di singoli, ma come un’impresa in cui tutta la società è coinvolta e da cui dipende il suo destino, e una scientificizzazione altrettanto radicale della società, per cui la condizione di ogni azione efficace implica una completa subordinazione ai criteri, alle prospettive e ai procedimenti della conoscenza scientifica.

È importante osservare che a partire dall’Ottocento la scienza diventa sociale non perché utile, né perché la maggior parte della società o la parte più influente di essa si rende conto della sua utilità: utile non lo è mai stata, né mai lo è diventata, se si pensa al presupposto che l’ha sempre animata, di essere perseguita per se stessa e non per le conseguenze che comporta; oppure lo è sempre stata, se si pensa alle applicazioni pratiche che da essa sempre sono state tratte. Sociale la scienza è diventata, perché si è appropriata completamente della realtà, escludendo da questa tutto ciò che restava irriducibile al suo approccio metodico: la sua socialità non è separabile da una intuizione fondamentale che pensa l’essere dell’ente come oggettività del reale.

Parimenti importante è osservare che la società è diventata scientifica, non perché abbia acquistato un grado di complessità tale da sollecitare una considerazione sistematica: complessa la società lo è sempre stata almeno dall’avvento della divisione del lavoro, oppure non lo è mai stata, né è successivamente mutata, se si pensa al controllo che sul lavoro essa ha sempre in qualche modo esercitato. Scientifica la società è diventata mediante l’introduzione di un sistema scolastico e universitario che conferisce a coloro che hanno seguito e superato l’intero corso di studi il monopolio non solo dell’esercizio delle professioni colte, ma anche della direzione del lavoro esecutivo: la scientificità non è separabile da una organizzazione della cultura che rende scientifico tutto il lavoro umano e che fa della scientificità la condizione della sua efficacia.

Ora senza far discorsi troppo difficili, il ’68 ha segnato la fine della borghesia professionale: da allora in poi i figli delle classi disagiate non potranno più svolgere un ruolo dirigenziale nella società. Certo ci sono voluti cinquant’anni perché questo processo si realizzi pienamente, ma ora dovrebbe essere chiaro a tutti che la deculturalizzazione e l’infantilizzazione della società sono gli aspetti importanti del suicidio dell’Occidente. Il ’68 è stato l’inizio della fine della civiltà moderna occidentale, non certo la fine del mondo! Altre nazioni, altre civiltà sorgeranno, ma non saranno più caratterizzate dai principi dell’Illuminismo e dai diritti dell’essere umano.

Di fatto, il ’68 non ha prodotto nessun movimento artistico, ma è stato l’inizio della destabilizzazione e destrutturazione dell’arte (il tutto risulta più chiaro dal mio libro L’arte espansa, Einaudi 2015). È stato l’inizio della mescolanza tra arte istituzionale e outsider art (come si è visto alla Biennale di Venezia del 2013). E quindi l’inizio della fine non solo dell’università, delle professioni e di molte altre cose… ma anche dell’arte.

Mario Perniola dal giornale catalogo della mostra È solo un inizio. 1968

Mario Perniola

 

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