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Tutti con me e me con voi: intervista a Alice Schivardi

A meno di dieci giorni dal Finissage di Corpo a Corpo – Body to body, curata da Paola Ugolini, la Galleria Nazionale ha intervistato Alice Schivardi: l’artista, classe 1976, è in mostra con il suo lavoro Tutti con me e me con voi.

 

Alice Schivardi, The Mahmuds, Bangladesh, 2011-2015
Alice Schivardi


Il tuo progetto in mostra propone una riflessione sulla natura della famiglia attraverso un confronto tra nuclei familiari diversi per etnia, ceto sociale e religione. Come è nato e in che modo hai deciso di svilupparlo?

Tutto è cominciato quando ero piccina e non facevo altro che stare in case di amici, per solitudine, o meglio dei genitori o nonni dei miei compagni di classe. Sono sempre stata una bambina particolarmente socievole, curiosa, e soprattutto portata a stare con persone di qualsiasi età. Così fin da piccola, passavo il tanto tempo libero che avevo a disposizione, rifugiandomi nelle famiglie degli altri, inoltre sono figlia unica. Racconto questo aneddoto perché penso sia importante vedere da dove è partita questa mia attitudine che poi crescendo si è amplificata. Arriviamo al 2012: mi trovo a Roma dove incontro una famiglia del bangladesh che gestisce un internet point che frequento spesso, diventando cosi amica di tutti. Spontaneamente, con le donne del nucleo familiare, abbiamo cominciato a parlare di abiti e di scambi di abiti. Pian piano sono diventata parte di loro e cosi ho chiesto ad un caro amico fotografo, Rodolfo Fiorenza, di farmi uno scatto con tutta la famiglia. Quando ho scattato la prima fotografia, guardandola, mi sono subita resa conto della universalità del bisogno d’affetto e appartenenza che ognuno di noi ha in sé.  Da allora, grazie alle famiglie pronte ad accogliermi, posso dire : “Ero figlia unica”.

Andando oltre il concetto di lavoro politico sul corpo, “Tutti con me e me con voi” affronta il tema estremamente attuale delle identità culturali e razziali arricchendosi di contenuti sociologico-antropologici. In che modo la fotografia si inserisce nel processo identitario?

Per me la fotografia è un mezzo come un altro per arrivare ad esprimere un’idea. Eppure, la rapidità e la fedeltà dell’immagine fotografica e, allo stesso tempo sapere che la realtà è in continuo mutamento, mi fanno sentire la possibilità di afferrare qualcosa perdendola. Lo strumento fotografico è ormai conosciuto da tutti, è popolare, è vicino, semplice. E’ quindi un mezzo trasversale che sintetizza un processo ben più ampio, tra tecnica e umanità. In una sorta di performance vivente nel quale i protagonisti vengono immortalati solo all’ultimo istante, si può cogliere l’essenza identitaria e sentirla già in mutamento. Penso, inoltre, sia bello perdersi nei volti di tutte le persone che hanno aderito al progetto e immaginarsi quale tipo di dinamica ci abbia avvicinato e permesso di abbandonarci all’incontro.

Il tuo lavoro fa parte di Corpo a Corpo, una mostra che raccoglie opere di diverse artiste che hanno segnato la storia dell’arte femminile. Ti senti figlia di questo tempo?

Mi sento decisamente figlia di questo tempo anche se il mio sguardo si rivolge spesso al futuro. Premesso che per me l’Arte è Arte, sento che ritrovo le mie radici soprattutto in artiste donne. Riconosco inoltre, che senza il movimento femminista, gran parte del potenziale artistico sarebbe rimasto inesplorato. Artiste come la Abramovic o la Woodman, che hanno segnato la storia dell’arte al femminile, sono per me sempre state di grandissima ispirazione, le ho studiate ed amate, e mi hanno sempre tenuto compagnia quando smarrivo la strada. E’ in alcune profondità femminili, in alcune drammatiche narrazioni, che sento un’eco che mi abita e mi strugge.

I tuoi lavori intrecciano la Storia e diverse Storie del “fare collettivo” che si raccontano e dialogo tra loro. In che modo conversano con la mostra permanente Time is Out of Joint?

Gli intrecci sono infiniti, le connessioni possibili interminabili. E’ nello sguardo di chi incontra le opere trovare un filo conduttore tra se stesso, soggettivamente, e ciò che lo circonda. Nell’istante che è già trascorso, passato, presente e futuro, sono insieme.

 

Intervista di Alessia Tobia

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