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Il tempo è fuori di sesto? Intervista a Silvia Giambrone

Silvia Giambrone
Silvia Giambrone, Senza titolo con spine, 2017 Giuseppe Pellizza da Volpedo, Cartone per “Il Quarto Stato”, 1898–1899

Time is Out of Joint è una mostra in movimento, nella quale le opere viaggiano, restano, partono e tornano. Ed è una mostra che accoglie altre mostre e progetti temporanei che si alternano negli spazi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Silvia Giambrone, giovane artista arrivata nelle sale di Time con il premio Level 0 di ArtVerona, espone anche nella mostra Corpo a Corpo. La Galleria Nazionale le ha posto gli stessi quesiti rivolti agli artisti contemporanei che abitano il tempo out-of-joint della Galleria.

 

Nove domande sul tempo fuori di sesto, risponde Silvia Giambrone

Nasce ad Agrigento nel 1981, vive e lavora a Roma. Scelta ad ArtVerona da Cristiana Collu, Direttrice della Galleria Nazionale, in Time is Out of Joint espone Senza titolo con spine e Campo di Battaglia, due installazioni entrambe del 2017, poste in dialogo con le opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Leoncillo, Alberto Burri, Emilio Vedova, ad arricchire la conversazione sul tema del conflitto e della brutalità. In Corpo a Corpo espone invece Elegia Duinese n.1 (2016), una scultura ispirata alla omonima poesia di Reiner Maria Rilke e composta da un minerale duro e da una parte malleabile che, contrariamente al primo, consente di poter lasciare un segno sulla materia e attivare con essa una connessione di tipo viscerale.

Come si pone la tua arte rispetto alla classica linea del tempo?
«Ogni volta che mi capita di ascoltare un cuore che batte mi attraversa un lieve sgomento perché mi ricorda ogni volta, con ostinata epifania, che per me proprio quello è il tempo. Non so se mi sgomenti più il mistero che esso porta con sé o il fatto che io me ne dimentichi regolarmente».

Qual è la tua vocazione nel tempo del super now?
«La mia vocazione è andare in profondità, e più si discende più tempo e spazio si denudano e si articolano. Ho l’ambizione dell’albero, di dare stabilità alle altezze del tronco ancorando le radici sempre più a fondo, attraversando ere geologiche, psichiche e culturali». 

In un tempo fuor di sesto, contemporaneo è già preistoria?
«Credo che il tempo sia un linguaggio e come tale esposto a continue riformulazioni, rigenerazioni, declinazioni». 

Le tecnologie digitali azzerano il tempo e permettono di veder realizzate tante idee in un baleno, ti senti mai in ritardo?
«A me interessa il tempo psichico, rispetto al quale non esiste geometria soddisfacente e che consente di riscrivere e rileggere tutto in base a variabili rinnovate».

Anche il digitale contribuisce a creare un tempo disarticolato, tanto che su internet non esiste fuso orario. Le tue opere sono pensate per vivere in un eterno presente?
«Le mie opere sono fatte per chi vuole incontrarle. Il livello di sofisticazione digitale mi interessa relativamente, per me l’opera è sempre un incontro». 

I cassetti delle nonne erano pieni di fotografie. Oggi gli scatti sono di più, ma i cassetti sono vuoti. Al tempo del cloud, dove tutto è disponibile senza tempo, cosa vuol dire ricordare?
«Credo che ognuno di noi sia un piccolo Atlante, costretto a tenere la volta celeste sulle proprie spalle, che la volta sia di legno o d’aria fa poca differenza».

Cosa succede se ti fermi?
«Ascolto, meglio».

In alcuni esperimenti una particella sembra attraversare due fenditure diverse contemporaneamente. Con le tue opere sei presente in luoghi diversi nello stesso tempo, che effetto ti fa?
«Raramente mi identifico con le mie opere, credo piuttosto che facciano quello che vogliono. Quando le re-incontro o quando tornano in studio di solito le interrogo, di solito portano sempre qualcosa di nuovo».

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«Una rosa è una rosa è una rosa».

Intervista di Fulvia Palacino

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