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Time is Out of Joint

Time is out of joint scardina anche le traduzioni e la loro eccellenza non può farci nulla, come dice Derrida che, come altri, a questo verso dell’Amleto di Shakespeare ha dedicato pagine fitte di dense riflessioni. Avremmo potuto elencare qui anche noi le molte versioni che restituiscono “Time” come tempo, mondo, natura, e “out of joint” come fuori di sesto, fuori dai cardini, fuori squadra, disarticolato, scardinato, sconnesso.

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Un tempo che va ricomposto, “messo al diritto”, un diritto che in questa mostra intreccia, in simultanea coesistenza, nuove inaspettate relazioni nello spazio simbolico del museo. Relazioni che non rispondono alle ortodosse e codificate leggi della cronologia e della storia (dell’arte), ma si muovono assolte e svincolate in una sorta di anarchia che, come vuole una certa tradizione femminile a cui mi sento di appartenere, non ha nulla a che vedere con il disordine, ma si appella a qualcosa d’altro che viene prima delle regole.

Time is Out of Joint mette in campo una eterodossia, una disobbedienza, una sovversione così naturale che si potrebbe definire con Jabes “uno dei momenti privilegiati in cui si ristabilisce il nostro equilibrio precario” e si configura un incipit. Un punto sorgente e una persistenza che mette fuori gioco qualsiasi certezza cronologica e mette in campo una temporalità plastica che si comporta come il bosone di Higgs, dipende dunque dal nostro sguardo. E con un vero e proprio montaggio, con la parzialità che ogni scelta e ogni selezione porta con sé, fa precipitare il tempo storico cronologico, anacronizza passato, presente e futuro, ricostruisce e fa decantare un altro tempo, mentre mette in evidenza intervalli e durate, riprese e contrattempi. Un tempo pieno di faglie, fratture, vuoti, scarti e scatti, che suggerisce molte combinazioni come quelle che Time, senza esitazioni, espone in piena luce.

Ci muoviamo nello spazio attraversando le sale e le opere, dove le immagini sono fisse, in relazione simultanea tra loro, come se fossero prequel e sequel insieme: un cinema al contrario, dove la “fotografia”, la visione ha un ruolo chiave nel cristallizzare e trattenere tensioni così fertili anche nella loro composta presenza. Time dispiega un tempo cinematografico, un racconto, un flusso di memoria, un’anticipazione di quello che verrà e prova ad assomigliarci più di quanto faccia un libro di storia dell’arte.

Cristiana Collu, Direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

2 risposte a “Time is Out of Joint”

  1. Non c’è nulla di immutabile, tranne l’esigenza di cambiare: forse non basta Eraclito a raccontare il vostro, nostro, nuovo museo.
    Negare la storia dell’arte per produrre nuova arte nella storia: l’inedito allestimento della Galleria non è soltanto un riuscito progetto museografico, ma una pratica rivoluzionaria dopo anni di teorie evoluzionistiche. Una rivoluzione in primis strutturale, organizzativa, e insieme la dimostrazione che la cosiddetta “valorizzazione” non ha alcun senso senza progetti di valore.
    Questo nuovo inizio, questa archeologia del sapere sull’arte, riporta finalmente la Galleria, non più soltanto legato testamentario di Palma Bucarelli, nel circuito della contemporaneità, dopo tante, troppe mistificazioni estetiche ed equivoci filologici (l’ultimo, e forse il più grave, sul destino dell’Ala Cosenza).
    La vera sfida comincia il 16 aprile 2018: ma fino a quel momento, “è cieco chi guarda solo con gli occhi”.

    Grazie, grazie, grazie a Cristiana Collu e a tutto l’eccezionale staff della Galleria Nazionale.

  2. Galleria postmoderna d’arte moderna?
    Nell’attesa di visitare il nuovo allestimento e la mostra in oggetto, per un giudizio più ponderato, quanto qui delineato mi convince istintivamente poco.
    Perché l’evoluzione dell’Arte segue un percorso storico; perché la stessa Galleria è l’esito di una stratificazione ultracentenaria di vari orientamenti culturali e museografici; perché, nell’era dell’eterno presente, un museo dovrebbe, per definizione, conservare un ruolo didattico di educazione al passato, senza sentirsi per questo fuori moda; e – soprattutto – perché è il concetto stesso di modernità e contemporaneità a definirsi in rapporto alla Storia.
    Iniziative di marketing come il Beauty Contest o il restyling grafico sono sicuramente apprezzabili, ma un articolo determinativo in più, sinceramente, fa poca differenza.

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